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lunedì, novembre 24, 2003
E'arrivata. Piove in modo inequivocabile e certo. Il cappello non basterà e l'ombrello è rotto da quel dì. Faccio spallucce. Faccio come se niente fosse; sono brava in questo. Ha appena cominciato, ma sembra ci stia mettendo tutto l'impegno. Le cose è così: vanno fatte per bene.
Quasi quasi mi preparo una lista dei "vorrei", ma l'incauto clacson di una fiat mi distrae. Mi riporta con la testa a posto, sul collo di un cigno spettinato. A volte chiedo troppo a me stessa; mi impongo di non guardare l'ultima frase del libro che sto leggendo, mi imploro di non dimenticare di essere puntuale con gli aguzzini, con le medicine, con le scadenze. I prodotti avariati intossicano il mio sistema nervoso e tracciano un percorso di biliare che su qualcuno dovrò riversare. Facendo attenzione a non sbagliare la mira.
Il semaforo è verde come l'oscena speranza di vincere una scatola di sigari di cioccolato e l'abbonamento alla rivista "Pratiche di sedizione". Con la retro marcia si accende il tergicristallo e l'acqua schizza sull'incendio che un vecchio tenta di spegnere con il bastone. Non la capisce la gioventù; io non capisco cosa ha fatto il mio meccanico. A casa con la chiave inglese riallaccerò i rapporti fra cambio e frizione con una politica di avvitamento.
Nel frattempo schivo le gocce più pesanti ingaggiando un duello di fari e lampeggiamenti con l'insegna di una farmacia. Ho bisogno di un'aspirina, di un cerotto e di una parola di conforto. Tutto prima che il telefono squilli ancora, ricordandomi che qualcuno aspetta con le mani in tasca e lo stesso verde di prima negli occhi.
E se finisse la benzina?
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