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sabato, agosto 30, 2003
Mi accorgevo di lui quando guardavo fuori; i suoi contorni sempre lì alla finestra, quell’attesa ostinata. Me lo sono chiesta spesso perché lo facesse. Apparentemente sembrava una persona comune; una volta l’ho incontrato in un supermercato. Vino, sapone, ricotta ( anche a me piace la ricotta, pensai), insomma niente che potesse rivelare una solitudine più grande di quella di chiunque altro. Eppure, costante, passava le sue giornate dietro vetri puliti, un sigaro, le braccia conserte. Io nascosta dalla tenda guardavo il marciapiede: doveva essere per una donna. Fa parte dell’egoismo femminile credersi il motore di ogni azione, di un’arcaica tradizione che ci assimila alla terra generatrice. Una donna dunque. L’immaginavo: capelli raccolti, trench, mani curate. La donna che raccoglieva la cenere del suo sigaro se n’era andata per cercare di comprendere l’amore impassibile, geometrico, sospeso di quest’uomo dagli occhi chiari. Nella mia mente sorridevo all’idea di tali deduzioni, ma non mi bastava. Volevo capirla quell’apparente calma, in un certo senso volevo possederla, sapevo che in alcuni momenti mi sarebbe servita. Mi avrebbe permesso di frenare il mio istinto, sempre pronto a sciogliere ogni nodo con un semplice “ deve essere così, lo sento”. Il fumo si dissolveva contro la finestra, un altro giorno stava per finire e lui scompariva dietro tende di bisso. Chissà cosa nascondeva quella casa. La donna immaginaria non tornava ed il sigaro si consumava lentamente. Il mio errore fu quello di aver creduto che quell’esistenza che silenziosa si dipanava nel palazzo di fronte, fosse custode di imperscrutabili rivelazioni. Quel giovedì lo ricordo ancora: cielo grigio e vento. Entrai nella solita caffetteria di quartiere svogliata e chiesi un tè nero; perduta a fissare il liquido scuro, le piccole onde, il vapore che mi scaldava il viso “ Scusi”. Alzai gli occhi, era lui. “ Mi perdoni se la disturbo, ho dimenticato sotto la sedia il mio ombrello”. Era vero, sotto di me il suo ombrello con il manico di legno; credo di essere arrossita. Lo guardai con occhi interrogativi e dissi, senza alcun senso, “ ma non piove” . Sorrise e con voce limpida disse “ No, non ancora, ma lo farà. E quando arriverà voglio essere pronto. E’ molto che l’aspetto, lei dovrebbe saperlo.” Il tè nero non l’ho mai finito; ho guardato le prime gocce di pioggia scendere e la sua sagoma lontana senza una donna accanto.
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