Una volta ero normale
Di sera il mio ufficio cambia forma; sembra la sala d’aspetto di una stazione di provincia, una macchia nel mare, un sedile ergonomico.
Sembra anche comodo, ma non lo è.
Non lo avevo mai visto così, né mi ero mai vista così.
La macchina segna rosso fisso ed io mi percepisco lontana dalla mia vita, quella che conoscevo, da almeno un anno o forse più. Non mi è mai piaciuto scrivere cartoline, non lo so fare, nemmeno da piccola lo facevo, quando bastava dire ciao dal mare. Non saprei neanche come cominciare “… qui è tutto bellissimo, a colori sotto il solito e confortante nero; ci sono le colline, ci sono varie tecnologie che però si rompono, c’è il buon cibo (mangio molto e poi mi pento). Ho tante cose, persone e odori dimenticati, ma non mi dispiace. Di solito diserto l’happening quotidiano davanti alla macchinetta del caffè perché si dicono cose inutili, quelle troppo inutili, ma mi diverto a comprare chiodi e vernici. Le sedie da riparare quelle ci sono già. Ho imparato un po’ di premesse, a fare la torta al cioccolato e pinoli e a scendere a patti con l’orgoglio. Le gambe non mi si sono allungate e nemmeno le braccia, per quanto le abbia protese; non si è mai abbastanza generosi né abbastanza egoisti. Il tempo a volte sono gli altri a gestirlo; ma io non mi perdo una notte, il giorno invece a volte mi sfugge, ma credo sia solo un problema di comunicazione. Sto bene e cerco di smentirmi sempre. Mi mancano tutti anche se non mi manca nessuno.”
Francobollo, timbro e via.
*nella prossima puntata biciclette, una collega con l’alitosi e una nuova promessa letteraria. nulla che mi riguardi.