Le regole dell'approssimazione
Mi hanno detto esci.
Mi hanno quasi fatta sentire in colpa; la solita scostante e menefreghista.
Bell'amica.
Mi ha pure telefonato uno mezzo innamorato.
Ha detto che no, non fa lo stesso.
Io dico di sì.
Che non c'è storia nè verso nè modo.
Dico che al posto del vento senza euforia allora venga la pioggia.
Che i teorici dei massimi sistemi non hanno più senso.
E il lavoro sporco sono sempre quelli sullo sfondo a farlo.
Non c'ho nemmeno voglia di stupirmi.
O di spiegare.
Penso a una camera con l'atmosfera quasi marrone.
Alle strade che hanno quell'odore confuso fra l'acido e il dolce; una cosa
nauseabonda e insieme vitale.
Agli spazi lasciati liberi per chissà chi o quando.
Una cosa tra lo scaramantico e l'illuso senza speranza.
Che donne.
Lo diceva una che lo era; e che uomini.
Il suo parlava poco e bisognava stare attenti.
Una parola poca due troppe, ma nel mezzo un mondo intero.
Che pazienza, santa pazienza.
Ma di santo c'è poco; il massimo del misticismo è lasciar parlare gli altri
prima di incorrere nella tentazione di giudicarli.
Ma non è questione.
E' venerdì.
Luci, colori, ricchipremiecotillon.
Resto qui perché sono languida e grassa.
Malinconica come chi è a dieta; pensieri obesi, fuori misura di almeno tre
taglie. Sporchi come dopo un'abbuffata.
Splendidi.
Nell'aria nessuna parola.
"estate" ma solo al pianoforte, lenta e lunghissima.
Alla fine sono intransigente, impaziente, solitaria e scorbutica.
Mi piacciono le persone allegre, ma non rumorose.
Quelle argute, quelle che basta un loro sorriso, quelle che sanno sempre
dove ci si trova.
Ma non lo danno mai, mai a vedere.
Per questo ci si può fidare.