Palinsesti
Mentre orde di pesci tropicali, donne macigno, signori giraffa e caustici coetanei si passano l’aria calda
di respiro in respiro, tocco il picco massimo della mia misantropia scomparendo fra i disegni batik
del copridivano. Ho le energie di un distributore automatico di cedrata; in testa mina domanda quante
cose al mondo posso fare.
Non le rispondo solo perché ho paura che possa intonare bravabravacomesonobrava…
Ho bisogno di una pausa dalla mia stessa pausa.
Di risolvere questioni quali l’esistenza di dio partendo da domande di pessimo livello. Il sudore esiste
perché posso pensarlo o è solo la percezione di uno stimolo olfattivo?
Di giocare alla famiglia sfasciata, come nei romanzi di scott fitzgerald.
Di pensarmi bionda, felice e disordinata come una qualsiasi meg ryan al braccio del perenne
sovrappeso tom hanks.
Intanto il telefono squilla, la lavatrice centrifuga, il computer arranca e nel cuore mi si fa massa
per tutto il male dovuto, avuto, predetto e confezionato.
Mi sgualcisco ancora un po’ fra il bracciolo e lo schienale, con la faccia da digestione e il vago
sentire di un’eccitazione da primo pomeriggio.
Ma tralascio e cado nella vasca dei canali televisivi. E mi prende una strana nostalgia per le estati
passate e i giochi alla faccia delle pippe freudiane dei grandi, alla faccia del moralismo perbenista di
genitori con la fissa del pisolino, alla faccia dei fratelli-sorelle maggiori che si inseguivano senza prendersi
mai, alla faccia di chi voleva silenzio; si grida quando si deve gridare. Cazzo. Mi viene la malinconia a
vedere questi plotoni di gambe marciare sotto gli occhi di giornalisti gay, sotto le parrucche,
sotto le dentiere e non ce la faccio. Mi sento male.
Chiudo tutto, fisso i piedi da pedicurare e comincio a sentire la mancanza di PierFrancesco Loche.