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martedì, settembre 30, 2003
Percorsi disturbati. Il lusso della pazienza non è di questa porzione di mondo. Manca di tutto: dal senso della misura, alla lucidità, perfino l'educazione. Ho scritto di queste notti, ma le mie stesse parole mi annoiano. Perchè? Perchè sono un'egoistica cantilena: io, io, io, io... Poi settembre, il mio mese, sta finendo e come ogni anno di questi tempi qualcosa cambia. Ora, chiudersi alle nuove correnti della vita non si fa, lo sanno tutti. Bisogna aprirsi al mondo, alle sue glorie, alle tentazioni. Bisogna stare saldi e avere un obiettivo. Spero che qualcuno li abbia in svendita perchè per ora navigo a vista fra la confusione che creo e mi viene propinata. Fra le poesie in francese, che da poco ho ripreso, fra le lusinghe, fra il mio strano compiacimento. L'unico obiettivo che conosco è il grandangolo che mi guarda dallo scaffale, lui che contiene tutto. Volente o nolente. Navigo senza meta, con un'incoscienza che potrei definire letale, ma produce piccole maraviglie delle quali non posso fare a meno. Rilke diceva che in autunno "chi è solo a lungo solo dovrà stare". La solitudine è un concetto a volte demodè, come certi atteggiamneti drammatici. Il sole fuori dice che questa nuova stagione ha sembianze diverse. E forse ci si può illudere che le solite regole non esistono più e che navigare a vista può condurre ad un'ipotetica meta senza naufragio.
lunedì, settembre 29, 2003
Ho qualcosa di troppo stretto addosso; qualcosa che mi soffoca, di cui non conosco il nome. Devo farmi i complimenti per l'incredibile massa di stupidità che mi tiro contro. Brava. Poi verranno i silenzi, poi le ragioni, poi il dito puntato contro lo specchio. Tutto tempo perso. Non è questione di fiducia, non la concedo. Si tratta di tempo.
venerdì, settembre 26, 2003
Le api sono sparite e stamattina A. ha finto di non vedermi. A quest'ora,di solito eravamo già preda dell'isterismo da compleanno. In due. Mi preparava torte orrende, tempestate di candele di tutti colori. Mi faceva regali inutili e divertenti. Si accampava in camera mia per essere la prima a dirmi auguri. Oggi, sulla sua bici gialla, sembrava seria e troppo grande. Lontana per ogni mio intento di deporre le armi. Se n'è andata via con il mento in su, come chi crede di non dover mai dire " mi dispiace". Il mio sorriso al vento. Forse qualcuno lo raccoglierà, forse arriverà al mio segreto o forse è rimasto lì per terra, strano e senza ragione. Niente in questo limpido giorno può distogliere la mia mente dall'insana idea di perfezione che sto creando. Auguri a me.
giovedì, settembre 25, 2003
Ci sono pomeriggi in cui sorridere è facile. In cui le parole sono tante ed il tempo non abbastanza. In cui i pensieri sembrano allinearsi nell'ordine che fino a ieri sembrava non esistere. Ci sono tante cose da costruire e piccoli segreti da difendere. Ci sono le canzoni, le idee folli, la volontà di non rinunciare a nulla. Oggi non chiederò niente. Oggi sarò leggera.
mercoledì, settembre 24, 2003
Dunque, è mattina e di mattina si comprano i quotidiani. Tanto per stare al passo e non perdersi tutte le cazzate. Solo che stamattina mi sentivo un pelo fragile e pensavo di aver bisogno di quasi tutto. Decido di prendermi uno di quei mensili femminili, quelli da diciotto chili, che in una settimana promettono di farti dimagrire, trovarti il principe azzurro, renderti irresistibile e se ti impegni, puoi anche guadagnare qualche centimetro in altezza. Dai, che fa sempre comodo. Vedo quest'edicola da lontano: sarà che il mio risveglio è stato mooolto lungo, sarà che di mattina ho le visioni, ma per un momento ho creduto di vedere il suk di Aleppo. Sembrava stesse per esplodere e il marciapiede era pieno di strani trabiccoli e "cultura" per quattro euro. Credo di aver tremato. Ma avevo bisogno di risposte, quindi, muoversi; l'edicolaia aveva i capelli cotonati e un'aria indifferente. Chiedo i soliti quotidiani, poi mi fisso sull'enciclopedia che regala le porcellane di capodimonte. Forse potrebbe servirmi. Forse anche quella dei folletti, che portano fortuna, della cucina macrobiotica, che mangio male, del cucito, che rilassa. La cotonatona chiede "altro?" " hem, ssì, sì..." guardo i mensili. Sono tanti ed io non so da dove farmi: forse mi butto sul classico Vogue cha fa tanto sofisticata-snob, ma mi sta sulle palle. Elle, Flair, nuovo e, dice la signora, molto trendy, MarieClaire, Luna... " una signorina come lei potrebbe prendere Cosmopolitan, lo prendono quasi tutte, da tanti consigli". Ho la faccia di una che ha bisogno di Cosmopolitan. L'edicolaia sensitiva, questa mi mancava. " eh, credo basti così, arrivederci" Lo so, mi ha odiata e sicuramente mi ha augurato un tracollo fisico, l'azzeramento di ogni rapporto sociale e cellulite in abbondanza. Forse con la cosmobibbia li fronteggerei tali disastri; ma ricordo da bambina quando mi compravo Il corriere dei piccoli e leggevo la Stefy pensando che che l'avrei fatto per sempre. Perchè era semplice e naturale. E la signora Franca (la proprietaria di un'edicola che non esiste più) mi sorrideva con dolcezza e non avrebbe mai pensato di affibbiarmi soluzioni di comodo. Avrebbe solo detto " le buone letture non barattarle mai". La signora Franca decisamente non era cotonata.
martedì, settembre 23, 2003
Ossa rotte. Pensieri rotti. Va così. Tu pensi, anzi sai, che davvero è meglio lasciare perdere e concentrarsi su altro. Che non sei una bambina e certe idee non te le puoi permettere. Che a furia di restare un passo indietro ti farai male. Ecco questa è la diagnosi. Ora, io non prendo medicinali, odio i consigli, tendo a non ascoltare i dottori e di regola non seguo regole. Come faccio allora ad uscirne?
Ci sono le cose giuste, quelle "da fare". Poi c'è una notte come questa che te ne freghi e vuoi altro. Poi ti sembra che la testa ti stia per scoppiare, che tutto potrebbe dissolversi, che non ci sono NO abbastanza grandi da convincerti.
Ma è la paura a fregarmi. Paura di dover dire questo è il capolinea. Scendo.
lunedì, settembre 22, 2003
Domani. Devo avere qualcosa di inceppato che so, fra le sinapsi o una lite in atto fra qualche molecola, vitamina, cellula. Qualcosa di chimico che mi fa sbandare. Domani. Non capisco perchè riesco ad immaginare solo esiti catastrofici. Domani. Mi guarderà con quel sorriso frenato tra il felice e lo spaventato ed io dovrò come al solito fare la parte di quella che ha le spalle larghe. In fondo sono io l'egoista, che non ha bisogno di niente e nessuno, no? Starò lì con una borsa piena di idee da mostrargli, con in fondo la voglia di andar per mostre, di mangiare pistacchi, di non prenderci troppo sul serio. Ma tu sei diventato ciò che volevi, o almeno credi e sì che ti prendi sul serio. Non ci passi sopra le mie frecciatine, non più; il mio sarcasmo non lo sai fronteggiare, lo odi. Da una vita. Vorrei a volte avere il passo lieve di quelle donne che comprendono tutto in anticipo, con i loro occhi grandi e quella forza che traspare da un movimento. Tu mi dicevi che io sono il caos, come la tempesta travolgo tutto, poi sparisco. Ti sbagli. Non leggi le mie parole, non vuoi capire. I miei ritardi e tutte le scuse per non correre. Per quella lentezza che sospende sopra il mondo. Domani. Se non dovesse andare in porto, ma naufragasse, spero non trascini in fondo anche noi.
Piccoli foglietti rosa attaccati ovunque: promemoria. La parola "basta" è la più frequente. Mi voglio privare del luogo comune, dell'imperfetto e delle delusioni in miniatura. Quelle che non sapevi sarebbero arrivate. Circondano il mio sguardo. Poi sono così: mi viene fretta e con un colpo di spugna voglio cancellare tutto. Rimozione forzata di fallimenti. Oggi avrei voluto niente più che un vestito leggero, (come è già stato detto) qualcuno che cambiasse disco di tanto in tanto, una mano in cui perdermi e pensieri nuovi. Invece un film angosciante e post-it. Qualcosa non torna.
sabato, settembre 20, 2003
“Sì, ho le tasche a doppio fondo… ho gli assi nella manica..
Ma sono il contrario di un prestigiatore. Che vi dà illusioni sotto l’apparenza della verità. Io vi do verità sotto il piacevole travestimento dell’illusione.”
La dissimulazione, altro nome per dire amore.
Così anch’io ho queste verità ricoperte di simboli, svuotate di familiarità con l’umano, camuffate da casualità. E’ semplice sentirsi soffocare e non avere altro che un nome per dire: questo è il mio destino. Questo si può fare, poi però c’è il confronto. Poi c’è un corpo, poi ci sono le somme da tirare e gli assi nella manica non bastano più. Perché la paura la puoi travestire, sì, senza troppe pretese, da civile convivenza, e nessuno è mai così attento da vederne gli ammacchi o le toppe. E’ lì nel mucchio con l’arroganza, con la stupidità, con il menefreghismo e altre inclinazioni dell’animo umano. Lì, per ricordarci che le illusioni sono altro da noi. Così si procede alla messa in scena. Buona educazione e rispetto. Ecco. Dietro scoppiano fuochi e si alzano le sottane, si mente , si tocca il fondo, ci si sporca, si è vivi. Un giochetto a portata di tutti; si cresce con questo comune senso del pudore. L’ho imparato. Ma non basta più. Perché ci sono segreti da scoprire e frasi da urlare, tutto nell’assoluta precarietà. Ma oggi ho voluto fare qualcosa più grande di me. Non le ho le soluzioni di quest’enigma. Ho solo domande: cosa faccio? E quanto resisterò?
venerdì, settembre 19, 2003
C’era il sole, poi se n’è andato. Una nuvola mi è entrata in bagno, forse ha cominciato a piovere sopra il letto. Dovrò cercare un ombrello? No, l’acqua piovana fa bene alla pelle. Ma essere narcisi porta male: i narcisi si portano alle tombe che mute come sono, non mi sveleranno mai il mio futuro. Quindi impermeabile, giallo, come quello della razionalità scomparsa chissà dove. Forse servono anche gli stivali, ma il gatto no, che non mi piace. Dovrei costruire velocemente un’arca per salvare i pensieri prima che si estinguano. Metterò solo coppie binarie: bene-male, giusto-sbagliato, buono-cattivo. I ricordi no, a terra, sono pesanti e non sanno stare in fila disciplinati.
L’etica si vergogna, si è nascosta tra estasi e principi, è diventata rossa e dice che le grandi imprese non le sono mai riuscite. La farò convincere dalla morale, quella della favola, che dio la benedica ha sempre una parola buona per tutti. Ho deciso di rischiare mettendo nella stessa cabina desideri e ragione, così una volta per tutte la piantano di urlarmi nelle orecchie e mi lasciano in pace. La timidezza s’è infilata nella tasca e non vuole uscire finchè qualcuno non le dice che è carina. L’orgoglio mi si è piantato sulla spalla e del pregiudizio non ne vuole sapere. Bene, sembra tutto pronto. Prima di uscire dovrò passare in cucina, dove ormai c’è un uragano, per caricare passione e amore che stanno svuotando il frigorifero e fanno provviste per i giorni di mare aperto.
... a volte basterebbe non cadere in certe banalità. avere la capacità di dire basta. senza strascichi, senza noie o stranimenti. il soporifero susseguirsi di " mi sento giù, sto male, sono depressa" piccolezze. per un'ancora più piccola visione delle cose. bisognava cambiare tempo fa. ora qui è tutto sparso a terra ed io sto scegliendo le nuove collocazioni. un amore. una passione. un'illusione. poi i ricordi che battono l'uno contro l'altro e si smentiscono. dovrei attenermi allo sguardo odierno: cosa vedo? ecco, questo il mio giorno. quello che ieri aveva senso oggi lo dovrò decosrtuire per sopravvivenza e non che ne abbia voglia. mi affeziono alle mie piccole follie. mi fanno sentire nuova ogni volta. ma no, no, vanno bene in un attimo di distrazione, vanno fra i pensieri della sera, quelli in cui ci si perde prima di chiudere col mondo. per il resto ci sono le voci intorno a ricordarmi che è un lusso, per chi ha la forza di concederselo.
giovedì, settembre 18, 2003
finestra aperta. vedo solo alberi ed un cielo pieno di stelle. è bello e perfetto. immagino dipenda dall'assenza di intervento umano. mi sento un pò felice anche se non ho niente. forse domeni sarà il primo giorno del resto della mia vita.
Sono diventata bravissima, una mastra zen.
Ancora sto a preoccuparmi. Poi mi guardo intorno e va tutto bene. C'è il sole che neanche sembra più il settembre minaccioso di qualche settimana fa, c'è la città che vuole farsi scoprire e a vederla sembra più bella. Piena di parole e promesse. Ci sono persone gentili, c'è tutto il silenzio che desidero, basta prendere la macchina e scegliere una collina a caso, c'è tutto il tempo. Perchè chiederne di più? Perchè non aspettare? Cercare con caparbietà qualcosa che non ci appartiene. Questa non è più estate, nè ancora autunno, è quella stagione in cui se vuoi cambiare qualcosa ti illudi che sia possibile. Allora non ti fermi, pensi a come sarà, a come ti vedrai diversa allo specchio. Io che li odio. Ti attacchi alle parole e ripeti è tutto a posto, come una cantilena. Ci credi, ci vuoi credere.
Una colpa trasparente/
nella rossa stanza rossa;/
invoco mani di pietra/
un guanto per la mia anima/
un involucro di sorda comprensione;/
agli angoli della bocca/
diagonali sulfuree e fredde/
percorrono parole di lontananza./
Piovono nella notte errori /
ognuno con un nome,/
lo specchio/
riflette la traccia di una bugia/
precaria come il giorno, /
destinata a svanire./
Un’immobile quiete notturna/
si fa strada lungo i miei territori/
lungo le valli/
intorno agli orizzonti di miele/
in fondo all’emisfero di donna/
dalle bianche pareti/
dalle grandi finestre,/
la dimora dell’io/
piccolo ed egoista/
la voce che si alza, il capriccio./
Il buio mi ha invasa, /
fa sassi delle mie paure/
e un muro d’angoscia/
un fronte di verità /
consacrato a crollare/
sotto un’illusione chiamata luce.
Buoni propositi per oggi? Stare calma, pazientare, vedere solo il lato positivo delle varie circostanze e soprattutto sorridere. Mancano solo gli uccellini cinguettanti e il quadretto è completo.
mercoledì, settembre 17, 2003
Troppe cose inutili per poi tornare al punto di partenza. Adesso fa davvero male. E non ci sono le parole, nè le mani, nè le uscite di servizio. Ci sono i giochi conclusi. Ci sono le sospensioni. Me lo dimentico a volte.
Questa me la devo ricordare: attenzione ai contrattempi.
Ha chiamato M.dice che martedì lo devo raggiungere per qualcosa che riguarda il nostro piccolo progetto; e poi tanto ci siamo mi presenta Cecy, la sua nuova fidanzata. Inglese. Porca pupa, ma perchè io non ho mai nessuno da presentargli, così si toglie quello sguardo di profonda comprensione per le mie sventure. Io di sventure non ne ho. O perlomeno non le ammetto di fronte a lui. Non gliele servo su un piatto d'argento. Comunque, a parte le nostre zuffe, spero che vada tutto bene. Incrocio le dita.
Questa cosa non la reggo. No, dico, ma fa sul serio? Ho le visioni come Ally McBeal. Io che certe invenzioni, voli pindarici della mente, e chiamiamoli col loro nome, che certi sogni si possano avverare ci credo. Difficile è trovare qualcuno abbastanza coraggioso per questo. Che si lasci andare e alle domande ci penseremo dopo. V. è qui e per la prima volta vede il blog: che eri pazza lo sapevo già. E figurati, lo sapevo anch’io. Salvifica V. che sa rimettere le cose nella giusta prospettiva, che con quella gonna stretta da donna in carriera è impossibile si sbagli, che sgrana gli occhi davanti alle mie parole. Lo sai che d’ora in poi lo leggerò sempre? Fai tu… Ora è lì che parlotta al telefono con il fidanzato storico, che non se la vuole sposare e che prima o poi glielo dico: mollalo. O forse se leggi te l’ho già detto. Dai che lo sapevi già. Freghiamocene e andiamo a comprare quella giacca nera che mi piace tanto; io ti parlerò di quello che va storto in questo paese di buffoni, tu mi chiederai come faccio a mollare le briglie, a non avere mai un programma poi ti offenderai perché dirò che la tua è una categoria di massoni, dediti a favoritismi e opere di bene salvafaccia. No, non litigheremo. Non per quelle che tu chiami le mie logorree. Comunque V, sai che penso? Fa sul serio, è un osso duro. Questa volta la qui presente non se la caverà facilmente. Vamos.
Quando mi costringo a ridere per non fare peggio, per non buttare l'intera giornata da adesso, per risparmiare le lacrime almeno per quando avrò la spalla giusta su cui metterle, vuol dire che siamo ad un pessimo punto. Va beh, vuol dire che oggi chiudo tutto, vado da V. così mettiamo in ordine il casino fatto ieri sera.
LINGUAGGIO SOBRIO/1 - Mi fanno incazzare quelli che sottovalutano la mia capacità di riconoscere una stronzata quando la sento. O leggo, camuffata da buona educazione.
martedì, settembre 16, 2003
meglio chiudere gli occhi, le orecchie, soprattutto la bocca. le continue cadute. poi sarei io quella che va dicendo "bisogna cambiare". eccola la ragazza grandi illusioni. ecco i pensieri dietro i quali si costruiscono intere esistenze. sono tutti qui e così ottusi. oggi chiudo con questa signorina. mi ha stancata. mi deprime. non mi muovo da questa riga. lacrime o no. perdoni o no. delusioni anche. non me ne frega niente. sarà la mia linea di demarcazione. la sagoma sfocata di un pensiero confuso. e non potrebbe essere altrimenti. sarà qui che immaginerò mani e piccoli sussulti. di quelli che fanno arrossire. perchè oggi mi sento egoista e posso solo aspettare.
Buon umore identificato in sorrisi mal contenuti, pensieri al limite dello stucchevole e predisposizione allo scambio sociale. Per una che prima delle 11 si esprime solo a monosillabi, non è poco. C'è qualcosa di molto sospetto dietro tutto questo.
lunedì, settembre 15, 2003
Vorrei avere conclusioni sempre a portata di mano. Risposte definitive. Sarebbe meno divertente, certo, ma almeno non rischierei di diventare definitivamente folle. Congetture e l'intero sillabario di banalità. Non va mica bene. Non si fa così; bisogna essere decisi e concreti. E su, un pò di sano ottimismo. No, è che la notte ultimamente sembra distante. Mi scruta da fuori le finestre, che continuo a non voler chiudere. Mi piace sentire la pioggia ed il vento. C'è tempo per chiudersi. E forse anche per chiedere soluzioni.
Sono andata in questo supermercato. Il solito ripetersi di etichette e offerte. La radio in filodiffusione manda Ivan Graziani, che forse riderebbe di questa situazione. Sussurro il testo di “Chitarrista” e penso a quando da bambina lo vedevo in tele e impazzivo per i suoi occhiali. Proseguo piuttosto distratta verso il reparto verdure; c’è una nonna che combatte con bimba di non più di 4 anni. Lo gnomo prende le carote e le butta per terra. Provo a raccoglierle, ma lei continua imperterrita nel completo imbarazzo della nonna. Guardo quelle deliziose manine pensando a quale atroce fine fargli fare. Arriva il padre. “ Oh, ciao, come stai. Quanto tempo” La piccola killer di ortaggi è figlia di G. ex compagno di liceo. Davvero non l’avevo riconosciuta, è cresciuta, è molto bella e sicuramente viziata. G. come al solito comincia a parlare senza soluzione di continuità: mi racconta del suo matrimonio ormai definitivamente chiuso, di aver vissuto in macchina per un mese, di avere dei problemi a vedere la piccola, di come sia difficile ricominciare. Mi parla con il suo solito sorriso fisso, con l’incoscienza di chi nella vita fa tutto per istinto. A scuola era il perenne bersaglio di noi barbari; lui non si è mai difeso, ma ci ha sempre inseguito tutti. Ora lo guardo con quell’aria scanzonata mentre bacia Asia e se la porta via in lacrime. Rimango ferma per un attimo analizzando quel bambino di un metro e ottanta, che deve crescere, aiutare, capire quell’esserino dispotico. Pensare che insieme fuggivamo le lezioni di greco. Che allestivamo gli spettacoli di teatro atteggiandoci a grandi intellettuali. Lui si presentava alle prove con la sciarpa rossa come Fellini. Lui che quando M. ebbe l’incidente restò in ospedale tre giorni di seguito; che mi strinse la mattina che volli ostinatamente vedere quel corpo inspiegabile. Il mio amico su una tavola di metallo. I nostri esperimenti culinari andati, le rime andate, le sue follie andate. Finito. G. fu l’unico che ebbe il coraggio di alzarsi e brindare a quel ragazzo che tutti adoravamo. E quella fu l’ultima nostra cena insieme. Ma questo non è un pensiero triste, questo è il mio ricordo vivo, la sua immagine perfetta che mi guarda, ride e dice “ sembri Mary Poppins” .
domenica, settembre 14, 2003
Niente. Guardo la mia cena di "cioccolato" con cartacce sparse ovunque: sì, sì. Ce le ho proprio tutte: nostalgia, malinconia, carenze, tristezza a ondate, tutto il circo al completo. La parata di insicurezze in alta riforma. Eccole all'improvviso scoppiarmi in viso. Chissà dove si erano nascoste. Mi inaridiscono, minano la mia strada. E il tutto fra le ignare pareti della mia camera. Fossi fuori griderei. No, non è vero. Al massimo mi fermerei, giocherellando con un sasso fino ad accorgermi che è tutto passato.
Questa è una cosa che mi fa impazzire. Avere sonno e non riuscire a dormire. Voler chiudere con la notte, con i suoi facili enigmi, ma non potere.
E' inutile, poi mi ritrovo sempre allo stesso punto, con le solite domande. Sempre. Un disco incantato.
sabato, settembre 13, 2003
Secondo giorno alla Mostra. Sono una segretaria nientefare: fotocopio pagine di giornali, poi sovrappongo titoli e immagini, in una sorta di mondo parallelo e delirante. Sono una segretaria in jeans, prendo appunti su fogli scarabocchiati e non so "..cha,cha,cha, dattilografar..". Sono una segretaria unghie corte: le altre donzelle in fiera hanno artigli smaltati e sfoderati. Tutte, le ho viste in mensa. Sono una segretaria a tempo determinato: lunedì concludo le mie fatiche in lacrime, ma soddisfatta dell'indubbio apporto dato all'organizzazione e certa che i caffè-cappuccini-snack-bibite estorti ai vari bar, non mi abbiano messa in cattiva luce. Sono una segretaria sull'orlo del licenziamento se è vero ciò che gli amici si propongono di fare stasera. Forse sono, anzi sarò, anche sull'orlo di uno shock gastrico. Sono una segretaria cinque occhi: fotografo, con piglio paparazzesco, i vari scandali fra gli stands. Contrabbando di buoni pasto, smercio di free-pass e tampinamento, ai limiti del legale, del signor SuperOrganizzatore ai danni di innocenti e sprovvedute hostess. Sono una segretaria in libera uscita. Taverne e brindisi mi aspettano.
venerdì, settembre 12, 2003
Non ho niente da dirti e anche quello che vorrei è troppo incasinato. E non basterebbe; tu dietro hai sempre un altro perchè, un altro spiegami, un altro fammi capire... eppure mi sembra di parlare un buon italiano. Poi lo sai, mi sono sforzata, ho capovolto la mia vita, ho messo in discussione abitudini e paure. Ma non basta. Allora che fare? Continuare a chiedere, aspettare, soppesare le parole, i tempi. Questo è quello da cui fuggo. Ero lì, ogni giorno e tu dicevi "in fondo, meglio così" ed io lo sapevo che avevi capito tutto. Sapevo che vedevi il mio allontanamento. Poi in mezza giornata hai deciso di azzerare tutto con un colpo da maestro. Ora sono io a dirlo: meglio così.
Ho visto una cosa, mi piace da morire. Non è giusto...
Giornata di segreteria. Burocrazia e piccole prepotenze. Giornata in cui l'elenco dei "vorrei..." sembrava non avere fine. Giornata delle risoluzioni e degli addii. Giornata di caldo inaspettato. E di ripensamenti. Ora fra le pareti oblique mi accorgo che ciò che volevo non è arrivato; mi stringo fra le spalle e mi faccio una doccia.
giovedì, settembre 11, 2003
Ho cercato dappertutto, ma non li trovo più i miei buoni propositi. Oggi riesco a pensare solo cose sbagliate. Dunque, niente di nuovo.
mercoledì, settembre 10, 2003
Potrei parlare francese e fingere che tutto vada bene. Potrei inventare ancora storie deludenti e semplici giochi. Ma fuori piove a dirotto ed io non riesco che a guardare la pioggia immaginando come sarebbe poterla solo ascoltare sotto un soffitto di metallo.
Mi ha chiamata V. Dice di avermi vista stamattina in macchina, occhiali neri ( specifica: nonostante la pioggerella )simulare una danza tribale cantando presumibilmente Battiato. Ride al telefono. Le chiedo quante altre persone potrebbero avermi vista, mi dice di lasciare perdere. Che mi vuole bene e che devo insegnarle come si fa. Ma a fare che? Io piuttosto penso che la devo piantare di fare la splendida. Rigore, ci vuole rigore.
L’ho aspettato nell’aria umida del dopo pioggia; la casa era ferma e silenziosa. Forse stava ancora dormendo o come al solito era perso fra tele e pennelli. Aspettavo serena battendo un piede contro l’altro. Oltre il cancello le sedie del suo giardino disegnavano un cerchio; una visione triste. L’acqua piovana sui sedili e qualche foglia sparsa. Era tutto diverso. In quel prato d’estate accendevamo lanterne e alla luce debole ci confessavamo segreti ancora adesso impronunciabili , mi stendevo aspettando il suo calore, cercavo rifugio fra quel profumo d’erba che non sentirò più. Ora le sedie di là dell’inferriata mi ricordano che fui io a sottovalutare la sua forza. A sconfessare ogni credo. Io che ridevo dei suoi maldestri tentativi di fare un caffè decente o di arginare il mio egoismo, che morivo fra le sue mani calde, che fuggivo ovvi meccanismi per sentirmi forte e in grado di gestire quel tempo, avevo consapevolmente rifiutato di sedermi in quel cerchio. Lo faccio per entrambi, ripetevo. Adesso aspetto, mentre la pioggia ricomincia a scendere, di vedere la sua faccia sempre abbronzata, il sorriso calmo di chi trova comunque un equilibrio. Quegli occhi che mal celano il solito “ te l’avevo detto “. Sono pronta anche a questo, la lontananza mi è servita. Ecco. Comincia a far freddo ed il mio orgoglio mi ricorda che sono pur sempre una donna, e le donne non si fanno aspettare. Suono il campanello. Voce femminile, voce che conosco – Arrivo, ho una cosa per te -. Lei scende ed io mi infradicio, penso a che immagine ridicola devo essere adesso, con i capelli sul viso, lungo un marciapiede senza più un motivo. Se non avessi il terrore di vederla mi metterei a ridere. Poi la pioggia mi piace. Eccola sotto il rigoroso ombrello nero, i capelli rossi e lo sguardo fermo. Su quelle scale non ti dico cosa abbiamo fatto: lo penso, ma non lo pronuncio. Lui diceva sempre “ non tirare colpi bassi se non li sai incassare “. In fondo osservarla avvicinarsi mi piaceva; lei era la mia antitesi, la sua custode. Senza sorridere fa passare una busta bianca attraverso la grata “ E’ per te. Lui non c’è.” Mi guarda negli occhi e si allontana. Rimango immobile e senza pensieri per un attimo, poi la apro. Dentro, l’acquarello che mi aveva promesso l’anno precedente, io in azzurro e rosso. Una sagoma morbida e sensuale, sotto una frase: sempre custode di promesse. Poi il biglietto stropicciato “ Scusa, non ho potuto aspettarti. Mi sono dovuto allontanare. Spero di poterti mandare presto un nuovo indirizzo. Ti bacio. “ L’unico pensiero è trovare un riparo prima che il rosso e l’azzurro colino definitivamente. Corro via felice.
martedì, settembre 09, 2003
Il pranzo con E. ed i suoi amici divertenti è finito in fretta. Bene. Dovrò rivedere le mie idee sul concetto di divertimento; qualcosa non torna. Il tizio che mangia a bocca semi-aperta teorizzando una società tecnologica in cui le funzioni dell’uomo siano ridotte al minimo non mi sembra particolarmente divertente. La sua tizia che si è fatta tutti i festival cine-poetico-culturali della zona ( fatti, e va a capire in che senso) e filosofeggia sul valore della provocazione come sintomo di liberazione e progresso, non è divertente. E. che mi guarda ammiccante non è divertente, neanche l’amico con ambizioni rivoluzionarie lo è. Forse non lo sono nemmeno io, piegata sul piatto, in lotta per non esplodere e rovesciare tutto. La società dell’apparenza: odio questa frase, la trovo assolutamente banale e riduttiva. Odio chi si nasconde dietro clichè consunti, chi si spaccia per merce preziosa, chi definisce tutto “interessante” e poi non sa di cosa sta parlando. La semplicità con cui vengono tracciati i confini fra giusto-ingiusto, degno, inutile, misero e ovviamente interessante. Io normalmente diffido di chi ha solo risposte. Diffido di chi non ha mai preso una zolla di terra in mano. Di chi non ha disertato certi atteggiamenti pseudointellettuali. La tizia con sorriso esageratamente aperto mi chiede “e tu cosa pensi? ” . Sospiro e guardo fuori gli ombrelli che ci passano accanto, uno rosso in particolare. Mi ricorda le girandole che compravo da piccola al mercato del sabato. Davvero non so cosa risponderle. Vorrei dirle che trovo i loro discorsi presuntuosi, noiosi e ripetitivi. Che la vita, prima o poi, gli imporrà di abbandonare certe pose. Che non so cosa farmene delle loro teorie a buon mercato. E. mi guarda nervosa, forse teme una sommossa. Mi limito ad un “ penso che i ravioli sono insipidi ”.
lunedì, settembre 08, 2003
Vestita di una collana/
per legarti,/
come un rosario/
ti pronuncerei passo dopo passo./
Una preghiera da sussurrare/
piegata da una croce/
dove Dio non si è mai accampato/
dove la luce non si posa,/
ma solo chiodi per le mie mani/
e ruggine a contaminarmi l’anima.
La canzone di questa mattina è - Insieme a te non ci sto più - versione Caterina Caselli che mi fa sgolare con maggiore trasporto. La mimo, mi muovo, saltello; sento questo tempo scorrermi accanto e non mi fa paura. Dopo forse rimetterò le mie maschere di circospezione, un abito serio, una forma più calma, per ora rovescio ogni pensiero ordinario urlando come una pazza. Credo che fra poco interverrano i vicini; per ogni evenienza alzo ancora un pò il volume.
domenica, settembre 07, 2003
Questa domenica delle piccole "o", delle passeggiate sotto i portici e delle biciclette. Una domenica che non mi aspettavo e che in un certo senso temevo per le sue poche promesse. Ferrara mi ha presa fra i suoi mattoni rossi di città emiliana senza chiedere permesso. Ferrara metafisica. Ferrara che sotto le volte nasconde le sue streghe.
Vorrei scrivere delle scale fatte di corsa e degli incontri nel silenzio assoluto. Di questa notte che sembra servire solo a se stessa. Dell'insofferenza per le inutili lamentele, per la melassa che in tanti cospargono sopra le parole, per la banalità. Tutto è fermo in questo buio umido; la condivisione di un piacere, di un abbandono sono ciò che resta delle mie volontà. Le scarpe a terra e i miei capelli scompigliati sono qui a tenermi compagnia. Sorrido pensando a queste piccole regole terrene.
sabato, settembre 06, 2003
Ho ancora tempo da sistemare e persone da evitare. E' successo già tutto in fretta, saluti e formalità. Ora sono sola con poche parole a buon mercato. Nessuna malinconia per la notte trascorsa sotto la pioggia, nè per le illusioni altrui; a volte sento il peso delle attese. Aspetto che tutto cambi in un momento di banale distrazione.
Nonostante gli scampoli di sonno ancora addosso, posso realizzare un pensiero lucido quanto terribile: oggi l'orda di barbari invaderà casa. Devo essere zen.
venerdì, settembre 05, 2003
Giochetti. Lasciamo perdere. Stasera festa; è solo venerdì.
Ho dimenticato le mie ginocchia e l'etica del tuo nome. Amore che non so attraversare, tornerai a seguire le mie dita? La traccia del tuo respiro si conserva nelle torri e nelle pietre.
Ieri sera mambo. Stamattina occhi più intensi e aria danzerina.
giovedì, settembre 04, 2003
Troppe persone da vedere e poca voglia. Fa freddo ed io non riesco ad essere elegante. Le contrapposizioni mi snervano. Vorrei essere delicata...
La mia versione post-estate si limita a non opporre resistenza alle teste capovolte, alle mezze percezioni, agli infiniti " non lo so". Balla di fronte allo specchio o guarda il soffitto. Si intristisce per un letto vuoto. Canta a squarciagola terrorizzando i vicini. Questa è una versione non definitiva, solo il bozzetto di qualcosa che forse non sarà. Una donna. Le mie convinzioni le ho chiuse dentro un cassetto; vorrei far saltare il sistema e ricostruirmi. Semplice. Come le sagome dietro le finestre, come le mani che si desiderano, come le parole. In tutta la confusione che mi circonda trovo uno spazio per cambiare le mie forme, per sentirmi più serena e fermare l’incessante cantilena “ tu sei? tu sei? tu sei?”.
... ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo..
Pensieri in disordine; non una parola che voglia allinearsi. Il vento ha scompigliato tutto. Uscire, fare l'amore, ridere, prendersi un bombolone caldo o tornare sotto le coperte. Tutto ha il sapore di un'esigenza imprescindibile, eppure sono qui a costruire sorrisi più o meno credibili. Posso fingere uno svenimento? Posso inscenare una crisi isterica?
...ridurremmo forse la testa umana a secco luogo geometrico/ ma/ comparata con l'ideale esigenza questa rivolta/ non avrà fine. (E.Sanguineti)
mercoledì, settembre 03, 2003
A volte sono assurda. Completamente a testa in giù.
Post precedente cancellato. Controlliamoci, un pò di ritegno!
Sono arrivata qui prima che la notte venisse a trovarci. Prima che le bocche dei passanti potessero fermarci in una parola. Erano i giorni della mia infanzia. Tu divaricavi la mia mente in grandi enigmi , poi mi lasciavi sola. Precipitavo nel profumo della tua cipria e nell’ordinato schema delle tue abitudini. Ma quello spazio di follia io lo vedevo e sai Lina, mi ha contagiato. Tanto che non so più rispondere alla razionalità che mi impongono. Me lo dicevi nel fumo del tè alle cinque, puoi fare ciò che vuoi. Tu te lo puoi permettere. Mi infilavi i tuoi vestisti di lino bianco o il verde per l’inverno e sussurravi piano parole all’orecchio delle tue sorelle. Noi eravamo reali, gelose, spietate ed io con te non ho conosciuto mai parola che fosse infantile. Tu creavi la femmina. Tu seminavi in me il dissenso. Tu mi volevi al di sopra di regole che sovvertivi senza clamore. Il mare all’alba era la nostra personale abiura; schiena diritta e assoluto silenzio. Silenzio nel quale hai lasciato i tuoi segreti, l’incomprensibile propensione a te, al tuo emisfero familiare, rifugio per chiunque. Sapevi come mescolare le loro o nostre vite e ne sorridevi. Lo faresti ancora sulle ipocrite miserie e le competizioni; ma chi può saperlo? Chi mai vide le preghiere nel tuo cassetto? Chi mai trovò la tua assoluta passione?
martedì, settembre 02, 2003
Sono come la gamba di G. Più corta. Pochi millimetri, impercettibili, che però spostano tutti gli assi e le coordinate.
La vita che vorresti dividere con me non ha nome. E’ una pura invenzione, l’immagine perfetta che ti perseguita. Il desiderio di mettere in fila ogni pedina di questo tempo. Figurarsi. A me piace il disordine. A me piacciono le sorprese della vita. Anche tu lo sei stato; la prima volta che ci siamo incontrati mi guardavi semplicemente il collo ed io già sapevo con quale grazia lo avresti invaso. Difendevo inutilmente la mia ricerca intellettuale sotto la tua chiara intenzione. Ero per te una risposta senza dubbi da cui prescindere. Il dolore fu la velocità con cui scappai dalle tue mani calde e le sciocche scuse per camuffare le delusioni. Nascondermi in soffitta sotto la luce polverosa del lucernario, non bastava più. Tu mi chiamavi ad un continuo confronto, una battaglia per cui non avevo armi. Avrei potuto urlarti contro il mio mondo, le mie ossessioni, la malefica inclinazione alle fandonie, la lucida volontà di indipendenza; l’avrei fatto se tu non mi avessi ancora una volta stupito con parole chiare, d’amore, progetti, aspettative. Dove potresti mettere la mia confusione? Le mie scelte sospese e la cattiva memoria? Me e le sigarette, la poesia, i no asciutti? La donna ideale. Una perfetta sconosciuta.
Grandi notizie: casa invasa per il fine settimana. Donne pantera e giovani rampanti. Posso farcela, basta nascondere tutti i coltelli.
Questa notte Satie. Le Gymnopédies. Il minimalismo e l’essenzialità. In una Parigi inizio secolo, traboccante e generosa, nelle notti da cafè di Montmartre, nei vicoli dove la vita veniva consumata con ingordigia e sotto le gonne morbide, una parentesi di assoluta purezza ha racchiuso questa musica. Chissà se in origine era la passione di una donna; forse Satie era un alchimista.
lunedì, settembre 01, 2003
Il mio amato appartamento in via della Luna. Grande, umido, piastrellato di bianco; sembrava la casa di un dottore psicopatico. Una volta che partì per un breve viaggio, tornai ed il pavimento era completamente rosa. Aveva piovuto sulle sue rose. Si era disteso per terra, ovunque. Ore per ripulire la sua ossessiva presenza. Ho sempre pensato che il futuro avesse chiare risposte per entrambi, invece il mutismo ci ha assaliti prima che potessimo ancora toccarci. Le rose rosse da allora non mi piacciono più.
I Madredeus stanno diventando una droga. Tutto si compie nella loro musica. In un giorno come questo avrei il sacrosanto diritto di essere malinconica; aria di pioggia e silenzio, ma niente da fare, sto bene. Sembra ancora più piccolo questo mondo, intriso di significati relativi e mezze risposte. Non vorrei trovarmi altrove; mi sento imperfetta ed incompiuta come ciò che mi circonda.
Settembre è il mio mese. Lo stavo aspettando.
Sopravvissuta. Grande. Il gioco dei saluti e convenevoli. Datemi un piatto. Ma come, niente fidanzato? Datemi un pò di vino. Sorrisi, questi li so fare, bene, allora sorrisi siano. Datemi ancora vino. Amici. Stelle.
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